Turchia. Se le leggi sono al servizio dello Stato

La decisione del governo turco di utilizzare la violenza politica per reprimere manifestanti pacifici è sconcertante dato il ruolo che l’Akp ha avuto in passato nel rompere la morsa che esercitavano sul popolo le istituzioni kemaliste, e le sue iniziative di riconciliazione per risolvere tanto la questione curda quanto quella alevita.

Per quale ragione dunque il governo sta mettendo in atto questa repressione di Stato? Qual è la logica di violenza alla base delle scelte del partito al potere? 

La repressione di Stato, in Turchia, risponde a tre funzioni principali: è un modo per reagire alle sfide lanciate alle elite politiche e alle istituzioni, così come per incoraggiare un certo tipo di ideologia e tracciare i confini della libertà e di azione collettiva.

Funzioni correlate, e in qualche misura simili tra loro che, tuttavia, forniscono un sofisticato repertorio di misure coercitive che non necessitano sempre dell’uso della violenza, ma che il governo in passato ha usato contro le proteste guidate principalmente dal sindacato dei lavoratori, dalle forze di sinistra e dai gruppi pro-curdi.

Una violenza ‘selettiva’, giustificata sulla base del fatto che quelle proteste erano armate, dunque finalizzata a mantenere l’ordine pubblico o esercitata in nome del pubblico interesse.

L’ordine e l’interesse pubblico sono i termini chiave per comprendere la logica di repressione e violenza dello Stato. Ma di cosa si tratta?

Benché diverse leggi e la stessa Costituzione vi facciano frequentemente riferimento, questi concetti non vengono definiti e, in linea di massima, descrivono ciò che potrebbe essere dannoso per loro.

Tanti potrebbero pensare che il concetto di ‘pubblico’ si riferisca al popolo; ma oggi in Turchia ha a che fare con lo Stato: le leggi e la Costituzione turca proteggono e servono gli interessi dello Stato più che essere al servizio dei cittadini.

Una impostazione che riflette un più ampio fenomeno proprio della filosofia nazionale: i cittadini in Turchia esistono grazie allo Stato.

In altre parole, emerso dalle rovine dell’Impero Ottomano, politicamente influenzato dal genocidio armeno, dalla guerra di liberazione nazionale e più recentemente dalle rivolte etno-politiche curde e alevite, lo Stato turco si è trasformato nel Leviatano.

Nonostante alcune importanti trasformazioni politiche e sociali, nel corso degli ultimi 90 anni poco è cambiato nella mentalità dell’elite politica che amministra il paese riguardo il concetto di uso della violenza.

Mentre la prolungata questione curda ha facilitato il suo impiego militare come metodo di risoluzione del conflitto, la polizia ha mantenuto quotidianamente legge e ordine.

Proteste, manifestazioni e rivolte sono state affrontate in modo diverso a seconda del clima politico e degli attori coinvolti.

Eppure, la malattia di considerare i cittadini come una minaccia è tornata a colpire in diverse occasioni (…).

Come ‘medicina’ per questo male lo Stato ha sviluppato una sorta di riflesso automatico, rispondendo alle proteste con la violenza piuttosto che cercare un compromesso con opinioni diverse o negoziando con i dimostranti, e in modo particolare quando si trattava dei gruppi di sinistra.

L’università di Istanbul, nel cuore della città vecchia, è sempre stato il luogo più adatto per testimoniare questo genere di violenze contro le manifestazioni organizzate dalla sinistra a piazza Beyazit.

Le riforme del governo in questi anni hanno finito per estendere i poteri discrezionali del dipartimento di polizia. È a discrezione dei vertici scegliere quando sia appropriato o meno utilizzare la violenza, e quando la repressione sia proporzionata o meno. 

Questo significa che il governo ha consegnato alle forze dell’ordine un assegno in bianco senza che esistano, di contro, meccanismi di responsabilità (…).

Eppure la polizia ha visto accrescere la sua reputazione sotto il governo dell’AKP, grazie alle pubblicità in tv e alle campagne per incrementare la credibilità delle istituzioni.

Se costruire fiducia tra il popolo e le istituzioni in democrazia è essenziale, è paradossale pensare che le forze dell’ordine possano godere della stessa fiducia quando reprimono e usano violenza contro i civili. 

La violenza dell’Akp durante le proteste di Gezi Park non è solo un riflesso del volere istituzionale, delle leggi esistenti e della mentalità corrente. Il consigliere capo del primo ministro ha dichiarato che il governo è convinto che queste manifestazioni possano tramutarsi in un tentativo di colpo di Stato (…).

Le proteste di Gezi Park insomma sono state percepite con una minaccia esistenziale per il primo ministro, dal momento che i manifestanti ne hanno richiesto le dimissioni (…).

Che i calcoli politici di Erdogan siano esatti o meno, resta il fatto che hanno un costo per il popolo turco, sia materiale che morale: due persone sono state uccise (un ufficiale di polizia e un giovane), molti sono stati sottoposti a inalazioni di gas e percosse, e sono stati causati milioni di dollari di danni.

La perdita della vita di queste due persone rivela quanto la nostra cultura politica sia influenzata dalla violenza.

Abdullah Comert, 20 anni, è stato ucciso durante le proteste ad Antakya mentre Mustafa Sari è morto dopo essere precipitato da un cavalcavia nel corso delle manifestazioni di Andana.

Il primo è stato cremato nella sua città natale senza che le autorità prendessero parte ai funerali: la sua famiglia ha inviato degli alberi a Gezi Park, perché siano piantati in sua memoria. Anche se il primo ministro è consapevole della perdita di entrambi gli uomini, ha dipinto solo il secondo come un martire che ha dato la vita per rendere un servizio alla nazione.

Non aveva Abdullah Comert il diritto di manifestare pacificamente in maniera assolutamente legittima il suo dissenso? E non stavano servendo la nazione anche le sue richieste?

È vero che dovremmo rendere onore ai nostri cittadini, ma definire un ufficiale di polizia ‘martire’ equivale a santificarlo, imponendo la violenza nella vita quotidiana.

È ormai evidente come sia necessaria una riforma nel settore della sicurezza, in Turchia.

Rimandare i militari nelle caserme (pur non rendendoli ancora del tutto subordinati) è stato centrale per il successo elettorale dell’AKP, ma nel frattempo la polizia è divenuta il principale strumento di repressione statale.

Senza una riforma in questo senso e un cambio di rotta nella mentalità delle elite politiche, il paese continuerà a testimoniare violazioni dei diritti umani e violenza.

Il popolo turco dovrebbe seguire da vicino l’operato del governo su queste questioni cruciali, battendosi per per ottenere riforme e meccanismi di responsabilità. page_izmirde-gezi-parki-eyleminde-polisten-gordugu-siddetin-fotografini-paylasti_456228888