Turchia. Né primavera né rivoluzione di velluto, ma battaglia di democrazia

La democrazia turca era liberale 10 anni fa, quando l’Akp ha conquistato il potere e firmato la condanna a morte di molti partiti politici poco funzionali che utilizzavano instabili alleanze per interessi populisti e kemalisti.

 

In aggiunta all’instabilità politica causata dai governi di coalizione, il paese ha anche vissuto due crisi economiche: una nel 1999, l’altra nel 2001. 

 

L’Akp ha assicurato stabilità regolando il sistema bancario, aprendo la Turchia al mondo esterno e incoraggiando gli affaristi ad investire non solo in patria, ma anche all’estero.
 E’ così che negli ultimi dieci anni il Pil è cresciuto in media del 5%, e come Jeffrey Sachs ha recentemente sottolineato, il partito al potere è riuscito ad affrontare (e correggere) anche alcuni dei problemi principali dell’economia nazionale.
Fino al 2005, le riforme necessarie ad entrare nell’Unione Europea hanno mantenuto l’Akp su binari democratici, nonostante gli scarsi progressi nelle relazioni tra sfera civile e militare, nella questione della cittadinanza o in quella curda e alevita.
(…) Nella guerra culturale tra l’opposizione laica e il partito conservatore al potere, quella giudiziaria è stata la battaglia successiva. Sebbene gli emendamenti costituzionali presentati fossero democratici, non miravano però a trasformare le istituzioni.
Questa guerra si è conclusa con l’assunzione da parte dell’Akp del pieno controllo sull’apparato burocratico, nel tentativo di consolidare il suo potere.
Ancora, in un contesto di aspro conflitto ideologico, dal fronte dell’opposizione non è arrivata nessuna proposta o sfida significativa. Il partito di Erdogan è quindi riuscito ad emendare la Costituzione (non democratica) del 1982, e ulteriori tentativi di democratizzazione l’hanno aiutato ad ottenere più del 50% dei voti nelle elezioni del 2011.
Questo, naturalmente, ha convinto il premier di essere diventato la ‘voce della maggioranza’.
Ma (quella uscita dalle elezioni, ndt) era una democrazia di tipo maggioritario e, sino ad oggi, è rimasta illiberale nonostante alcune importanti riforme.
I progetti urbanistici, d’altra parte, hanno subito un’accelerazione invitante per gli amici del capitalismo a Istanbul, Ankara e nelle città in via di sviluppo.
E per quanto il fronte laico fosse arrabbiato, in realtà non ha offerto nessuna alternativa percorribile per porre fine all’ossessione ‘edile’ del governo, anche a causa di posizioni ideologiche e di una leadership impotente.
Nel 2012, il primo ministro Erdogan ha dato annuncio di un suo insano progetto: Channel Istanbul.
Che – nonostante alcune importanti criticità sottolineate da tutti i partiti politici e dalla società civile, – è andato avanti sino ad oggi. Si trattava di un progetto di costruzione massiccia (un centro commerciale poli-funzionale, ndt) che ambiva a trasformare il volto di piazza Taksim.
Sebbene in tanti abbiano mostrato scontento per il tentativo di snaturare Taksim, solo in pochi hanno effettivamente protestato contro il governo.
La trasformazione di Gezi Park era parte di un progetto più vasto e massivo, ma solo un piccolo numero di persone aveva realmente intenzione di costringere il governo a fermare le demolizioni e lo sradicamento degli alberi. 
Gli alberi, il parco, sono un simbolo delle proteste di questi giorni e della mobilitazione di Istanbul.
Invece di criticare le inclinazioni autoritarie del governo dell’AKP, bisognerebbe concentrarsi su questioni ben più gravi che non stanno trovando soluzione, o che l’esecutivo utilizza per i suoi interessi.
Due problemi in particolare emergono con chiarezza: la libertà di espressione e la relazione tra media e potere. 
Erdogan, come leader carismatico e popolare, non ha ben tollerato le critiche, e il numero di giornalisti arrestati lo scorso anno lo dimostra. La visione distorta che ha della democrazia coinvolge l’apparato mediatico conservatore, pur citando in giudizio giornalisti per aver criticato lui o il suo operato.
I media che sono stati vittima del colpo di stato ‘post-moderno’ del 28 febbraio hanno ampiamente sostenuto il governo dell’Akp.
Date le relazioni turche tra politica e mondo degli affari, il sistema dell’informazione ha chiuso un occhio davanti a tanti problemi, dato che il governo gli pagava l’affitto attraverso un numero sempre crescente di cantieri edili, investimenti tecnologici, contratti pubblicitari. 
In altre parole, il principio base della democrazia si inceppa se i giornalisti sono perseguitati o cooptati perché gli uomini d’affari gli pagano l’affitto. Il dover rispondere di qualcosa non è mai principio fondante di una democrazia in salute.
A questo bisogna aggiungere lo scontento generale per la politica turca verso la Siria e il crescente livello di brutalità della polizia. Molte manifestazioni sono state organizzate contro la politica turca anti-Assad, ma poco è cambiato (…). 
Le proteste dopo l’esplosione di una bomba a Reyhanli sono state il primo segnale del livello di rabbia nazionale. Le manifestazioni sono sfociate in una brutale repressione da parte delle forze di polizia, e il governo ha accusato, come sempre, (l’interferenza di) potenze straniere. Una novità? No.
La polizia turca è sempre stata brutale, specialmente quando lo Stato ha considerato i suoi stessi cittadini una minaccia. 
Da quando l’AKP ha rimandato l’establishment militare nelle caserme, il dipartimento di polizia è divenuto, istituzionalmente, il principale strumento del governo, che ha scelto di non riformarlo.
La polizia si è confrontata con le proteste democratiche in modo leggermente differente (rispetto all’esercito, ndt): ha utilizzato gas lacrimogeni invece che bastoni.
Forse la Turchia non ha mai usato tanti gas nei suoi 90 anni di storia come ha fatto negli ultimi 10. 
Il problema con l’attuale esecutivo è la sua visione maggioritaria e illiberale della democrazia. Anche se in questo senso pacchetti di riforme sono state inserite in mozioni per essere implementate, e i negoziati per risolvere la questione kurda continuano positivamente per il momento, i maggiori deficit della democrazia turca riguardano i diritti fondamentali e la mancanza di strumenti di controllo e bilanciamento (dei poteri).
Il tentativo dell’Akp di restringere e controllare il mercato degli alcolici,  di limitare i contraccettivi e (interferire con) le interruzioni di gravidanza, questo mese sono stati all’ordine del giorno.
In tanti quindi – tra cui il premier –  ritengono che le proteste di queste ore siano condotte dalle componenti laiche fedeli allo Stato kemalista.
Anche solo un rapido esame mostrerà che l’identità di chi è in piazza va dagli studenti universitari di sinistra fino ai gruppi Lgbt, passando per gli islamisti anti-capitalisti.
Sia il governo che il Republican People’s Party (CHP), principale partito di opposizione, cercano di cambiare il corso delle proteste. Mentre Erdogan fa sapere che i suoi sostenitori (il 50% della popolazione) potrebbero scendere in strada e organizzare contro-manifestazioni, il Chp cerca di ricondurre le proteste all’interno della sua campagna politica.
Gli slogan dei kemalisti – “siamo i figli e le figlie di Ataturk” – sono il risultato di questo tentativo di dirottamento.
I manifestanti in gran parte restano indipendenti da qualsiasi formazione politica e, al contrario, chiedono garanzie immediate sul rispetto dei diritti umani.
Alcuni criticano apertamente il CHP per il suo opportunismo e chiedono ai compagni che manifestano con loro di non seguire i partiti.
Il CHP probabilmente pagherà il prezzo di non aver proposto un’alternativa e politiche di opposizione costruttive, tentando invece di assumere il controllo delle manifestazioni.
Probabilmente il più grave errore dell’Akp è stato quello di spingere la repressione di Stato fino a questi eccessi. Il numero di manifestanti è cresciuto immediatamente, e le proteste si sono estese da Istanbul alle maggiori città del paese dopo che la polizia ha utilizzato indiscriminatamente i lacrimogeni contro manifestanti pacifici (…).
La calcolata indifferenza del sistema mediatico turco ha contribuito ad accendere la rabbia: un solo canale della televisione nazionale ha dato copertura delle proteste.
Un’informazione che non è capace di fungere da controllore del governo non sarà in grado di sopravvivere nei prossimi giorni, e il popolo metterà definitivamente in discussione le relazioni d’affari che intercorrono tra questa e il potere.
Anche se il governo si è scusato con i cittadini per l’uso estremo della violenza, riconoscendo l’errore, le manifestazioni continueranno finché Erdogan – che contro la piazza ha condotto una vendetta personale – non si scuserà personalmente con i manifestanti e richiederà un’inchiesta sul cattivo operato del suo esecutivo e delle forze di sicurezza.
Ci sono almeno tre rischi che queste agitazioni portano con sé: un rallentamento nei negoziati di pace, l’inasprimento del conflitto ideologico e il settarismo aggressivo ad Antiochia. I negoziati di pace potrebbero fallire se le proteste dovessero continuare.
Sia l’AKP che il CHP stanno utilizzando una retorica incendiaria.
L’Antiochia rappresenta invece una grave minaccia alla pace sociale da quando un giovane manifestante alawita è stato ucciso da ignoti durante le proteste; inoltre, esiste una frustrazione che si è accumulata contro la politica governativa verso la Siria e gli immigrati siriani sunniti.
Le manifestazioni di questi giorni aprono una nuova pagina della storia della democrazia turca, e mostrano l’esigenza di tornare alle basi ed assicurare che i suoi principi cardine possano funzionare, che i diritti fondamentali siano rispettati.

Questa ondata di proteste segna l’inizio di un processo di trasformazione verso una democrazia liberale.

Questa volta, però, il cambiamento verrà dal basso e le riforme non resteranno pura teoria. Questa brutalità avrà un costo per il potere di Erdogan: il suo sogno di lunga data. La presidenza.

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